Le Amministrazioni provinciali della Repubblica Italiana: un pezzo di Patria da salvare.

marzo 13, 2013

Province: per l’opinione pubblica sono contenitori zeppi di fannulloni

PROVINCE: per l’opinione pubblica sono contenitori zeppi di fannulloni

A cura di Vincenzo Malacari 

Coordinatore della Rappresentanza Sindacale Unitaria della Provincia di Crotone

Non basta che, pur di salvare il trono, il gotha  della politica nostrana, desiderosa di “dimostrare che la buona politica esiste”, abbia deciso di svendere le Province e le sorti di migliaia di lavoratori. Evidente no, questo non basta, perché ora bisogna alzare il tiro, diffondendo nell’opinione pubblica un ulteriore messaggio: quello che le Province, oltre ad essere enti inutili, sono anche uno dei tanti contenitori zeppi di incompetenti e fannulloni. Così, un giorno sì e l’altro pure, sulle pagine di diversi quotidiani nazionali e locali, come sui blog di mezza Italia, spuntano decine e decine di articoli, tutti rigorosamente suggellati da titoli e slogan ad effetto, tipo: “Per i fannulloni delle Pubbliche amministrazioni la pacchia è finita, ora dovranno andare a lavorare come tutti gli altri” o “Dipendenti pubblici: addio al posto fisso”.

Ma è veramente questo che pensa la gente comune?

Personalmente non intendo negare l’esistenza di fannulloni all’interno delle pubbliche amministrazioni, né tantomeno arroccarmi  dietro meri interessi consociativi a difesa dell’intera categoria. Il proposito è un altro: offrire una diversa chiave di lettura sull’attuale situazione delle organizzazioni, in grado di superare il classico stereotipo del dipendente pubblico fannullone.

In tal senso, credo che vada rovesciata la prospettiva fondata sulla retorica dei fannulloni, riportata alla ribalta e tradotta in una crociata dall’ex Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta. Il vero problema non è la volontà (buona o cattiva) degli individui, ma l’organizzazione. Per capire questo vanno smontati alcuni miti, dal momento che si procede per slogan.

E’ falso, per esempio, che il settore pubblico in Italia sia sovradimensionato: il numero di dipendenti è in media con l’Europa. Il problema, invece, è la bassa produttività della pubblica amministrazione, che, del resto, risulta simmetrica al conclamato deficit di produttività del lavoro in generale in Italia. Ma, allo stato attuale, elementi concreti tali da dimostrare effettivamente il livello della produttività dei lavoratori pubblici non vi sono. O meglio i vari tentativi avviati negli ultimi anni da parte di molte amministrazioni pubbliche di misurare la produttività dei dipendenti hanno miseramente fallito il loro compito, ricadendo il più delle volte nella cosiddetta “trappola delle attività”, allorquando viene mestamente confuso il fine con il mezzo. Sicché, i vari sistemi di controllo gestionale più che misurare risultati concreti ed essere di supporto nella fase di programmazione degli obiettivi, si sono limitati il più delle volte a trovare le pezze giustificative per elargire  premi ed incentivi ai dipendenti.

L’errore più grande che si è commesso in questo campo è stato quello di credere che dal privato era possibile mutuare sic et simpliciter  tutti gli strumenti di misurazione e valutazione, il tutto senza preoccuparsi di definire in cosa consiste la produttività delle amministrazioni pubbliche. Compito quest’ultimo tutt’altro che facile, dal momento che l’attività amministrativa è, in primo luogo, estremamente diversificata. Come ricorda l’amico Luigi Oliveri (nel suo libro “La riforma del lavoro pubblico“), raramente le amministrazioni sono specializzate in una o poche attività, anzi la produttività complessiva di un ente pubblico è realmente di difficile misurazione, poiché spesso esso gestisce una moltitudine di funzioni, tant’è che se un imprenditore privato (che è, per antonomasia, abituato a ragionare in termini di fatturato o quote di mercato) ci provasse, difficilmente riuscirebbe a mantenere gli equilibri economici. Inoltre, le pubbliche amministrazioni non concorrono sul mercato e non perseguono il profitto. Mancano, così, parametri di riferimento della produttività ed efficienza tipici del privato. E, ancora, molti prodotti sono forniti anche prescindendo da un mercato: i servizi essenziali alla persona debbono essere erogati prescindendo dell’intensità richiesta. Né è possibile decidere quanto prodotto porre in essere: il Comune emette tutte le carte d’identità che sono richieste, non può immetterne sul mercato una quantità da “vendere”, per perseguire il profitto (peccato che questo concetto fondante di uno stato sociale sia stato dimenticato dall’attuale Governo).

Ma questo rappresenta solo una parte del problema esistente all’interno delle pubbliche amministrazioni, l’altra riguarda il livello di motivazione generale dei dipendenti che operano all’interno delle pubbliche amministrazioni. In tale prospettiva, la riforma della pubblica amministrazione è giusta, purché ne siano condivisi principi e impostazione. Allo stesso tempo è solo demagogico un approccio fondato sull’individuazione di un capro espiatorio, sull’esaltazione mediatica e politica della polemica sui fannulloni. La lotta all’assenteismo e ai fannulloni è sacrosanta, ma molti di questi sono semplicemente dipendenti disillusi e demotivati, prodotti dai meccanismi di malfunzionamento delle organizzazioni stesse.

Per dare un’idea di quanto sia complessa la realtà del pubblico impiego, il mio suggerimento è quello di leggere l’ottimo libro del Professore Giovanni Vallotti, docente di management pubblico e Prorettore dell’Università Bocconi, dal titolo “Fannulloni si diventa”.

Il libro, inizia proprio con  una contraddittoria discrasia di valori:

“Il giudice Falcone era un dipendente pubblico, Paolo Borsellino anche, così come gli uomini della loro scorta. E questi sono gli eroi.

Enrico Fermi era un dipendente pubblico, così come lo è la maestra di mia figlia, che ha fatto un lavoro importantissimo e straordinario. E questi sono i campioni.

Anche l’impiegato che ha accumulato 120 giorni di assenza in un anno è un dipendente pubblico, cosi come lo è quello che si fa timbrare il cartellino dal collega compiacente. E questi sono i fannulloni.”

Forte di uno studio di oltre 20 anni sui temi del rinnovamento del settore pubblico, l’illustre collega del Premier Monti è convinto che  il fannullone generico (tanto per intenderci: quello per nascita) rappresenta assolutamente una minoranza nelle PA, anzi  la verità è che nella maggior parte dei casi i fannulloni sono prodotti dall’organizzazione e in particolare alcune amministrazioni pubbliche si sono, nel tempo, specializzate, in questo. Allo scopo individua quattro categorie di potenziali fannulloni.

I primi sono i cosiddetti disillusi, ovvero persone non necessariamente incapaci ma che nel tempo hanno perso la voglia di impegnarsi. Spesso hanno iniziato la loro avventura lavorativa carichi di entusiasmo e aspettative, incontrando poi nel percorso professionale tante piccole e grandi delusioni, sino a minarne nel profondo la fiducia verso un futuro ricco di interessi.

La seconda categoria di fannulloni è quella degli incompetenti, ovvero persone che nel tempo hanno subito un’obsolescenza professionale, oppure che sin dall’origine hanno ricoperto posizioni lavorative per le quali non avevano né l’attitudine né la preparazione necessaria, risultando, in entrambi i casi, inadeguate rispetto ai compiti da svolgere. Questa categoria vive uno stato di profondo disagio e cerca, in ogni modo e con ogni escamotage, di sfuggire alle responsabilità, quasi preoccupata di non farsi scoprire. Non solo, questa tipologia di fannulloni produce un ulteriore effetto di distorsione per l’organizzazione: impedisce la crescita professionale di altri dipendenti che, sebbene rivestono posizioni gerarchicamente inferiori, hanno maggior capacità professionali.

Una terza categoria di fannulloni sono i demotivati, ossia persone che non trovano nei contenuti di lavoro, nella condizioni di lavoro, nell’ambiente di lavoro, nelle prospettive di crescita professionale, solide giustificazioni a un impegno al massimo delle proprie energie e potenzialità.

L’ultima categoria di fannulloni è quella delle vittime, ossia le persone che, per vari motivi, non hanno all’interno dell’organizzazione le soddisfazioni e i riconoscimenti che si meriterebbero. Nei casi estremi ciò configura situazioni di mobbing. Questa categoria è quella più difficilmente riconoscibile, perché spesso viene confusa con quella dei cosiddetti miracolati che si sentono penalizzati, ossia persone che pur ricoprendo posizioni al di sopra dei propri meriti e capacità, per definizione hanno un atteggiamento rivendicativo nei confronti dell’organizzazione a cui appartengono.

Nel suo libro, Valotti, non si limita  all’analisi del fenomeno, ma ne illustra anche le cause, suggerendo alla fine una serie di possibili rimedi.

Come si vede i problemi della pubblica amministrazione sono tanti e, di certo, non possono essere affrontati con misure emergenziali che, alla fine, rappresentano solo cure palliative, in grado (forse) di risolvere solo la contingenza del momento senza però innescare quel processo di cambiamento atteso da anni.

Vincenzo Malacari

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3 commenti »

  1. I fannulloni ruba soldi esistono ovunque, ma andrebbero cercati anche più in alto; la Mara Carfagna cosa ha fatto, durante il suo ministero?

    Commento di Stefano Bocci — marzo 13, 2013 @ 16:34

  2. PROVINCE? COSTANO L’1,37%…DEL BILANCIO DELLO STATO….LA LORO ABOLIZIONE UNA FARSA PROPAGANDISTICA DELLA POLITICA CHE NON HA ARGOMENTI VERI!!!

    Se domani si lancia un referendum o un sondaggio, di qualunque genere, con la gente arrabbiata e delusa, a giusta ragione, vincerà certamente il fonrte dell’abolizione, riduzione, cancellazione ecc.

    Inviterei le province stesse e chi li dovrebbe rappresentare, se esistono associazioni, sindacati, credo l’UPI su tutte, a lanciare una seria campagna pubblicitaria per far conoscere realmente tre cose:

    a) cosa fanno le province…da quando esistono…e tutte le cose ottime che ci sono e che purtroppo non emergono perchè alle province è sempre mancata la “comunicazione sociale”…purtroppo!

    b) quanto costano e quanto costano tutti gli altri enti…e sopratutto dalla loro abolizione cosa si ricaverebbe, dimostrando gli svantaggi e il fatto che trasferendo dipendenti e funzioni, concretamente non si risparmierà nulla, anzi tutt’altro.

    c) dare seguito alla proposta di ridurre i veri costi della politica…ma non solo delle province…ma dei comuni-province-regioni e parlamento, cominciando proprio da questo.

    Non è una proposta oscena…ma in un momento come questo, le province dovrebbero studiare seriamente una campagna mediatica a tutto campo…tv, giornali, riviste, radio e quanto possa servire a far capire alla gente e alla politica, che le province sono diventate solo un capro espiatorio a tratti della vergogna!!!

    Le province costano solo l’1,37% dell’intera spesa dello stato…i costi sono in gran parte assorbiti dall’esercizio delle funzioni fondamentali, riconosciute dalla Costituzione e dal pagamento dei 57.000 dipendenti.

    Ora, passare le funzioni, le competenze, i beni, i servizi e i dipendenti a un’altra amministrazione comporterà un RISPARMIO ZERO!!!

    Cosa cambia se “si cambia” solo una casacca???

    Anzi…qualcuno ha calcolato che se i dipendenti provinciali dovranno passare alle regioni, si parla di 300 milioni di euro di soli adeguamenti degli stipendi…e altri costi relativi alla gestione dei servizi e tanto altro…cioè è paventato seriamente un aumento non indifferente di costi, ai comuni è poco probabile per mille motivi tra cui il patto di stabilità e ai consorzi non credo…si abolisce un ente per crearne uno nuovo??????

    In Italia ci sono migliaia e migliaia di enti, ato, consorzi, agenzie, aziende ecc…svolgono funzioni che potrebbero essere svolte dalle province a costi ZERO!!! Eppure nessuno ne parla, eppure questi enti hanno un presidente, un cda, direttori, segretari ecc, spesso gli organi dirigenti sono dei nominati e non degli eletti del popolo e spesso vengono messi i trombati della politica, con stipendi d’oro, ovviamente non generalizziamo perchè ci sono pure gli enti utili e necessari, ma tantissimi o meglio la stragrande magigoranza potrebbero essere assorbiti senza costi dalle province, eliminando i costi “della politica” totalmente…con un risparmio notevole…praticamente un risparmio che ammonta a più di quanto costano tutte le province messe assieme, probabilmente, con la differenza che abolendo le province non si limiterà alcun costo perchè come spiegatio ampiamente, le funzioni, le competenze, i beni e il personale dovrà solo cambiare casacca, con il rischio serio e concreto di un aumento per sino dei costi, per cui?

    Solo licenziando tutti i dipendenti e abolendo tutte le funzioni, servizi ecc. si avrebbe un risparmio reale…ma questo non è possibile per mille motivi!!!

    la proposta è quella di:

    1) Accorpare magari gli enti provinciali più piccoli, stabilendo non a parametri ma a dati di fatto, con uno studio serio e non certo a tavolino….sul territorio e con un’analisi profonda…
    (La Grecia sull’orlo del baratro non ha eliminato le province…ha accorpato…come anche i comuni e le regioni…per esempio)

    2) Adeguare il compenso, rimborsi, emolumenti e tutto quello che è il “vero costo della politica” al costo della vita…quindi non ai super stipendi dei politici, ma vale e dovrà valere anche per i comuni e le regioni, partendo dai parlamentari, altrimenti è una bufala prendersela con 100 province.

    3) Fare funzionare come si deve tutti gli enti locali, perchè se un comune non funziona, mica allora togliamo tutti i comuni??? Questo si potrà fare con un’autorità di vigilanza seria, che vigili sull’esercizio delle funzioni di ogni ente…
    La provincia è un ente intermedio necessario è presente in tutti i paesi evoluti e in quasi tutti i paesi europei…

    HO LETTO DA QUALCHE PARTE…CHE IL PROBLEMA SONO I COSTI DELLA POLITICA, OVVERO QUEI 50.000.000 PER PAGARE CONSIGLIERI, ASSESSORI ECC. (non so se sono 50 MILIONI ,di meno o di più)…NON CREDO CHE PER RISPOSTA DEBBANO ESSERE ABOLITE LE PROVINCE…CHE SERVONO E CHE SONO DIVENTATE IL CAPRO ESPIATORIO, OLTRE CHE IL PSEUDO-MALE DI UN PAESE CHE HA BISOGNO DI ALTRE PIU’ IMPORTANTI, NECESSARIE E URGENTI RIFORME….

    SE PER QUESTO, ABOLITE IL COSTO DELLA POLITICA…O LIMITATELO…RIDUCETELO..ADEGUANDOLO ALLA REALTA’…MA DEVE VALERE PER COMUNI-PROVINCE-REGIONI E PARLAMENTO…ALTRIMENTI SOLO PER LE PROVINCE, NON SERVIRA’ A NIENTE.

    PROPOSTA DI LEGGE IN TAL SENSO: COSTO DELLA POLITICA REALE E ADEGUAMENTO AL COSTO DELLA VITA CORRENTE…PER TUTTI I CONSIGLIERI-ASSESSORI-PRESIDENTI DI COMUNI-PROVINCE-REGIONI E PER IL PARLAMENTO E SENATO DELLA REPUBBLICA….

    Ps: Leggevo che abolendo il senato (monocameralismo) si risparmierebbero molti più soldi che rispetto all’abolizione netta di tutte le province…ma abolizione netta significa non trasferendo nessun dipendente, quindi quasi 57.000 persone licenziate, nessuna funzione, beni, patrimonio ecc., roba ovviamente fantascientifica…poi non sò se è vero o meno…ma leggevo da qualche parte ciò…non spetta a me, singolo cittadino, fare i calcoli….

    Ma ho il timore le la politica, nell’imbarazzo generale di tagliarsi lo stipendio e il numero dei parlamentari, ora prosegua questa scia mediatica…al fine di recuperare qualche consenso, a causa dei vari fallimenti!!!

    Saluti.

    G.Luca – cittadino della Repubblica Italiana. (ps: Per l’amministratore…Può essere adeguato a contributo per il sito…)

    Commento di G.luca — marzo 13, 2013 @ 20:29

    • Carissimo Luca,
      ancora una volta, grazie per i tuoi interventi, dai quali emerge tutta la passione che metti in ciò che scrivi. :-)
      Questo è un fattore che a me piace molto! ;-)

      Il contributo va certamente bene! Come ti accennavo, vorrei far “ascendere” i tuoi commenti ad articoli.
      Quando hai tempo e voglia, puoi scrivere qualcosa, anche in risposta ad un pezzo già pubblicato, per criticarlo più o meno positivamente. A tuo piacimento.
      Ed ancora: se recuperi un articolo di giornale che suscita il tuo interesse, puoi sia segnalarlo sia segnalarlo e commentarlo.

      Insomma, come ti senti più a tuo agio.
      A me farebbe molto piacere averti tra i collaboratori.

      Per partire, ti invito a scrivermi all’indirizzo mail che trovi QUI.
      Scrivere che cosa? Magari già un articolo (titolo, contenuto e come vuoi firmarti), oppure qualche tuo recapito per sentirci di persona. Sempre la solita formula: come preferisci. :-)

      A dirla tutta, sarebbero in cantiere altre idee … ma preferisco non anticipare nulla, anche perché c’è bisogno di gente che dia una mano.
      Così, non voglio fare sparate ora. Peraltro, avrei piacere di tenere aperto il canale Skype, magari ad appuntamenti fissi; mentre adesso l’account è sostanzialmente spento (la sera si recuperano le notizie o scrivono i pezzi, il giorno al lavoro … poi un po’ di sonno!).

      Aspetto davvero fiducioso una tua mail. Ok? Ci conto!!!
      Un caro saluto e a presto.
      Paolo

      Commento di Paolo Tognetti — marzo 13, 2013 @ 21:54


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