Alessandria, 5 marzo 2013
“L’organizzazione attuale dello Stato è burocratica, sovradimensionata, costosa, inefficiente. Il Parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito. La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio.”
- Abolizione delle province
- …
Questo sopra riportato è il primo paragrafo del programma del Movimento 5 Stelle, che dopo aver enunciato una serie di ovvietà, peraltro condivise, mette al primo dei diciassette punti del programma del Movimento, l’abolizione delle Province come se fosse la panacea di tutti i mali.
Invece qui il Movimento cade nel tranello del qualunquismo preparato tempo fa da quei partiti che non avevano più argomenti per contrastare il crescente malcontento contro una classe politica ormai inadeguata. Classe politica, non lavoratori.
Quel malcontento popolare viene invece deviato con abilità e furbizia, proprio da quei politici sotto attacco, su altri fronti e cioè verso i lavoratori delle Province che da quel momento sono definiti nei modi più pittoreschi fino a decretare l’abolizione degli enti.
Non si salva l’Italia abolendo le Province; non è qui il male dell’Italia. Le Province hanno un grande tesoro rappresentato dalla loro storia, che si è arricchita di esperienze tramandate e trasformate nel corso degli anni. Le Province sono enti erogatori di servizi non carrozzoni inutili; danno servizi per conto dello Stato e delle Regioni.
Ma una volta abolite avremmo il problema causato dalla mancanza di un governo territoriale intermedio, il governo di area vasta, posto tra le Regione e i Comuni con il compito di coordinamento e di indirizzo delle politiche del territorio. Pensate alla realizzazione, al controllo, alla manutenzione delle strade; oppure alla difesa del territorio contro l’inquinamento, atmosferico, del suolo, delle acque.
Ma si pensi anche alla programmazione e alla pianificazione territoriale, voce importantissima delle attività di governo del territorio da parte delle Province. Pensate ai problemi che causerebbe ai Comuni la sparizione delle Province; si pensi alla complessità delle autorizzazioni per le varianti ai piani regolatori, all’edilizia e alla attività amministrativa relativa alla modifica del territorio. Quanto potrebbero essere efficienti le Regioni nel dare le risposte e le autorizzazioni ai Comuni, soprattutto considerando che senza le Province la gestione della politica del territorio sarebbe accentrata nel capoluogo regionale?
Ed è meglio non pensare ai problemi che deriverebbero dalla sparizione delle Province circa la gestione della manutenzione delle scuole. Così dicasi del trasporto locale che in Italia significa garantire il trasporto con mezzi pubblici a residenti in Comuni che a volte hanno meno di 100 abitanti, che nella realtà italiana sono in grandissimo numero: la perdita di questo patrimonio può significare nel giro di alcuni anni lo spopolamento di borghi montani e collinari.
La sparizione delle Province porrà inoltre il problema di ricollocare migliaia di lavoratori e professionalità in altri ambiti lavorativi e, nella maggior parte dei casi, non si utilizzerà la loro esperienza pregressa e la professionalità acquisita. Si assisterà perciò ad una estesa sottoccupazione intellettuale e di fatto a demansionamenti diffusi.
Certo, dal 1990 in poi, con la legge 142, la trasformazione delle Province in enti “politici” evidenziata maggiormente con l’elenco delle funzioni riportato dall’articolo 14 e con il D. Lgs. 165/2001 che rafforza enormemente il ruolo politico delle Giunte e dei Consigli non si pone più freno alla libera iniziativa di quella classe politica che la rabbia popolare vuole abolire.
La nascita della politica creativa attuata, molto spesso, solo in funzione di un rafforzamento del proprio nome e il proprio bacino elettorale, in previsione della carriera (pre)definita di consigliere, assessore, presidente; e poi di consigliere/assessore regionale o magari sindaco ha fatto degenerare il sistema.
Abbiamo visto in questi anni la nascita di inutili musei, a volte copie di quelli del paese accanto; la realizzazione di impianti sportivi ad uso di pochissime persone; la corsa ad accaparrarsi strade dismesse dallo Stato con consumo di risorse enormi; ma anche di una serie infinita di associazioni, pro loco, enti benefici, associazioni sportive che chiedevano ed ottenevano contributi dalle Province meglio, dagli assessori o da presidenti.
E quante sagre assurde sono state finanziate? E quanti libri illeggibili sono stati stampati con soldi delle Province? E quante squadre di calcio, di basket, di pallone elastico e di altri sport sconosciuti sono state finanziate?
Ma non possiamo tacere del gran numero di direttori, dirigenti, consulenti, alte professionalità e segretari e segretarie sorte dal nulla, soprattutto dopo il D. Lgs. n. 165/2001, al punto che ci si chiede come sia stato possibile sopravvivere senza di loro.
Quel che resta in tutto questo spreco però è la professionalità e il lavoro dei dipendenti delle Province i quali hanno continuato a svolgere il loro ruolo nonostante la mediocre classe politica.
Non sono da sopprimere. La salvezza viene dalla semplicità.
Se la rabbia popolare è rivolta contro la classe politica inetta, trova d’accordo il lavoratore della Provincia; loro lo sanno. Ed è interesse dei lavoratori della Provincia rivendicare il loro diritto alla dignità di lavoratori onesti: non vogliono più i politici, sanno fare da soli.
Se facessero solo l’ordinario, le Province tornerebbero ad essere gli enti di una volta; encomiabili erogatori di servizi.
E’ vero, alle Province non serve inventarsi la politica della cultura aprendo musei che nessuno visita; come non serve attuare una politica di rilancio dell’agricoltura, o dei prodotti tipici; almeno non più, soprattutto nel momento attuale nel quale l’informazione e la comunicazione hanno assunto dimensioni e velocità impensabili fino a pochi anni fa.
Il ruolo politico di motore e di volano deve tornare ad essere della Regione che ha capacità legislativa e impositiva proprio per non scadere nel localismo e per evitare le gestioni da orticello di casa.
Se la rabbia popolare vuole la sparizione della Provincia come ente politico, questo è il momento per avanzare proposte al fine di evitare disastri.
Si trasformino le Province in aziende regionali, gestite politicamente dalle presidenze delle Regioni, le quali attueranno il loro programma politico relativo alla difesa del territorio, alla salute pubblica, alla cultura, all’agricoltura, alla manutenzione e costruzione delle strade, alla gestione dei centri per l’impiego, alla manutenzione degli edifici scolastici ecc. ecc. attraverso dei professionisti iscritti ad albi nazionali e nominati direttori a contratto e a tempo con obbiettivi certi e soprattutto responsabili in prima persona del futuro dell’Ente.
Questo eviterebbe gli sprechi e lo sperpero di denaro pubblico ad opera di politici dalla vista corta. Consentirebbe inoltre alle Regioni di avere il completo controllo del territorio ed una visione globale utile alla predisposizione di piani di sviluppo.
Per il personale sarebbe l’inizio di un periodo felice di valorizzazione del merito e premio alle professionalità.
Giuseppe Scafaro


















Mi viene da ridere!!! Il capo espiatorio del “non saper che fare o che dire”………e da tempi immemorabili che si evidenzia come le province siano enti che incidono sul bilancio dello Stato in modo davvero “minimo”…specie per i servizi che offrono…si ad una riforma ma non alla soppressione selvaggia….non facciamo populismo..anche perchè con l’antipolitica che regna…tutto ciò che viene proposto è visto come speranza…ma bisogna stare un pò con i piedi per terra e capire davvero cosa vogliamo!!!
Commento di Luca — marzo 5, 2013 @ 12:27
Le province costano ” o meglio spendono per fornire servizi ai cittadini” circa 1,37 % pari a meno di 11 miliardi, a fronte della spesa dello stato che è di 800 miliardi!!!
Secondo voi…tagliando tutte le province…questi 11 miliardi si risparmieranno? Le funzioni e i servizi svolti dalle province, unitamente al trasferimento dei dipendenti, andranno ad altre istituzioni (comuni, regioni o addirittura corzorzi (aboliamo le province per creare altri enti…mahhhhhhhhhhhhh!!!)…qualcuno ha previsto o calcolato l’ipotesi di un aumento dei costi e probabilmente con una diminuizione dell’efficenza dei servizi?
C’è il rischio che vengano abolite le province e dopo il “pasticcio a dir poco notevole” si debba ritornare a istituire nuovamente questi enti…guardate che non è fanta-politica o fanta-immaginazione…basterebbe solo ragionare, discuterne seriamente e non lanciare i proclami meramente populistici!!!
Commento di Luca — marzo 6, 2013 @ 16:45